lunedì 29 novembre 1999

Le domande e i finti arrivederci.

il mestiere di scrivere
Pagine vuote. fonte google.


Che fine faranno gli scrittori se non avranno più storie da scrivere, se gli sarà negato l’esercizio del sentimento e delle passioni.

Che ne sarà di loro quando gli tapperanno gli occhi, le loro dita sapranno esprimere solo l’angoscia di un mondo povero e lontano nel ricordo.
Soli senza lo schermo del cosmo da documentare, stanchi senza pensieri da condividere, esauriti e stranamente miti.

Cosa ne faranno di loro se prosciugate le parole li nasconderanno alla vita. Morte senza linfa, le loro dita inerti e gelide.

Stanche e tradite le mani e il cuore. Come amanti che non hanno più amore. Come musici senza strumenti.

Per un po’ hanno sognato frasi, paragrafi e interi capoversi. Per un po’ hanno sostato sull’orlo delle pagine, fissandole sempre vuote, sempre uguali.
Con gli occhi lucidi e le braccia immobili, stanchi e soli gli scrittori dicono addio al mondo del dentro e del fuori. Negano la loro presenza ormai inutile.
Inoperosi tornano a essere vuoti oggetti e non strumenti meravigliosi del creato.

 

Questione di chiavi...

macchina da scrivere
 Macchina da scrivere: fonte google

Nel mio lavoro le keword, ovvero le parole chiave, sono "oggetti" da lavorare, le montiamo, smontiamo, lucidiamo e sagomiamo,  nel vero senso della parola le forgiamo.

La parola prima di ogni altra cosa deve essere ricercabile, significante, esauriente e appropriata, deve rispettare un codice molto preciso, ma variabile: vale la regola del sinonimo, si può coniugare nelle sue varianti, puoi accoppiarla con congiunzioni e cotillon.

Vince chi azzecca il giusto mix, la combinazione perfetta.
La parola è al centro di tutto, attorno alla keword ruotano tante altre parole gemelle, sosia o insignificanti comparse. Dato che amo gli esempi...eccone uno:

Immaginate che la  Key frase sia “abito da sposa” , è l’abito il principe, le calzature da cerimonia i paggetti, strascico e guanti i comprimari; tutti sono invitati alla grande festa: gli sposi ovviamente, i confetti, le bomboniere e ogni accessorio che si rispetti è ben accetto, quelli che “trasformeranno il giorno più bello della vostra vita in un ricordo indimenticabile”, tutto per promuovere il prodotto legato all’azienda, il negozio, lo showroom.

Ogni cosa sembra al suo posto, tutto armonicamente perfetto, salvo scoprire che il matrimonio è un farsa, gli sposi non si amano davvero,  l’orlo del vestito si scuce ad ogni respiro, e il sarto in realtà è un impiegato di fabbrica scontento che fa merletti in serie, e abita in un paesino cinese,  il made in italy che hai appena citato è stato aggiunto solo dopo, sul bordo della zip, in uno scantinato umido di periferia.

Le parole molte volte mentono, fingono, si travestano, si fanno belle e cerimoniose solo per attirare il tuo sguardo, si alleano per portarti in fondo alla riga e mai si pentono del loro inganno. Le parole fanno solo il loro sporco lavoro. Sono le chiavi che aprono una stanza con dentro un'altra porta, un'altra serratura d’aprire…e così via.
Quanto sei disposto a spendere per arrivare fino alla fine? Se c’è una fine?

Fatti stordire anche e tu dall’amore

Le persone s’innamorano, sì può sembrare un’ovvietà ma qualcuno lo crede davvero impossibile, scambiandolo per  qualcosa di più complesso e romanzato lo snaturano e lo sottovalutano, scottati dallo sconforto di un sentimento vero, fin troppo vivo guardano con sospetto ogni piccola grandiosa azione nata da esso.
L’invidia li consuma ma non sono i soli in questo penare,  consuma anche chi ama è non è corrisposto, chi lo fa da tanto tempo ma vorrebbe azzerare la routine rifugiandosi nella fresca brezza dei ricordi di quei primi  baci, la prima carezza, la prima passeggiata mano nella mano.

La gente s’innamora, lo fa ogni secondo, si innamora di altre persone, ma anche di cose, idee e  ideali, s’innamora delle illusioni che agitano la nostra vita, di quei bei pensieri ancora ripiegati che sanno di lenzuola stese e di bucato, perché noi ci innamoriamo di un angolo perso della nostra città,  sorpreso mentre alziamo gli occhi distrattamente sull’autobus, ci innamoriamo di quella canzone struggente che ci fa vivere le nostre paure e ricordare che sono solo tali, ci innamoriamo dei nostri genitori perché a tratti comprendiamo il loro mistero, proviamo amore e tenerezza per chi ci ricorda noi stessi anni fa, buttati su una panchina del parco a leggere i libri per la tesi o per gli esami, scoviamo l’amore e l’amore scova noi, ci sorprende e ci facciamo fregare ancora…


Anche se pensi che non ti tocchi più quel brivido torna, e ti gira la testa come in una giornata di vento forsennato e testardo che ti fa cambiare direzione e ti stordisce al punto giusto…


...quel sentimento divenuto film ma fin troppo reale...






La parola di oggi è intolleranza, sentimento obliquo che tutti scoraggiano, deprecano e scansano additandolo condannandolo, ma che intimamente provano o hanno provato. L’intolleranza:  un forte senso di non appartenenza a quel determinato soggetto, oggetto, situazione, alimento.



 Ciò che rende impossibile l’assunzione, causa ricetto. La mancata affinità a…, la non legittimazione di…, l’intolleranza spinge alla discriminazione, all’esilio, ad atti a volte sconsiderati, violenti, ingiusti, incostituzionali. L’intolleranza spinge alla non accetta zio e di ciò che è evulso a noi, al nostro gruppo razziale, sociale, sessuale…ecc ecc tutto ciò che riteniamo insopportabile.



Questo sentimento è senza dubbio dovuto al’ignoranza per la maggior parte delle volete è dovuto alla ristrettezza mentale, alla mancata empatia tra creature viventi, allo scarso sentimento cristiano, per la maggior parte delle volte l’intolleranza va allontanata, cancellata, deprecata e scongiurata, l’antidoto è la conoscenza, la pazienza e la voglia di comprendere, in campo alimentare le intolleranze vengono combattute con l’assunzione controllata di piccole dosi della sostanza a cui il nostro fisico si ribella, anche se molte volte i risultati positivi vengono penosamente disattesi il tentativo vale sicuramente la pena.



Per tutti gli altri casi l’intolleranza non può essere curata, ma va assolutamente stimolata, io stessa sono intollerante a molte cose e (purtroppo) persone, al fumo, ai soggetti estremamente maleducati, alle persone dallo scarso rispetto per gli altri, a chi egoisticamente vive la propria esistenza all’ombra dei propri bisogni, a che schiaccia gli altri per il proprio benessere e a chi fa dell’ignoranza il suo vanto e prestigio. Sono intollerante all’intolleranza,e l’intolleranza è intollerante a me…



Che fare allora per uscire da questo circolo vizioso che rende l’esistenza malsana? Ribelliamoci all’oggetto e al soggetto intollerabile con calma, intelligenza e pazienza unita ad un innocente pizzico di umanità compassionevole, combattiamola con le armi che teme di più: l’intelletto di cui è in difetto e l’indifferenza.



Oggi, domani e sempre stimoliamoci a crescere sperando di non diventare noi stessi il prodotto intollerabile, per alcune persone la strada è davvero in salita, una scalata che nemmeno si preoccupano di iniziare.



Chissà se sta leggendo questo post e magari si accorge di quel che suscita? L’egocentrismo di cui è afflitta la renderà più felice per l’importanza data, perché infonde nell’altro un sentimento vero e vivo, uno e  uno solo però ; questo, nauseabondo e rigettante.

Due spiedini e una birra...

Eccoci di nuovo qui dopo 15 favolosi giorni passati in panciolle a non far nulla davanti sotto l’ombrellone con il mare a far da schermo ad un favoloso film, fatto di sole, scene ridicole a bordo sabbia, coccole e posti nuovi da visitare, immortalare e filmare con gli occhi e con la nostra super  telecamerina compatta (gioco nuovo,  regalo di anniversario/stordimento da cineasti in vacanza).

Eccomi qui, con le mie dita pigre che non riescono più a riconoscere i tasti del pc, domani in ufficio ci metterò 3 ore per una frase, tutta stordita per il jet leg, flip flap e il check in out; pensare che poche ore fa eravamo spaparanzati a non domandarci nulla, come se non dovessimo tornare mai in questa città afosa e malsana, progettavamo gite in montagna e al mare pur di mentire a noi stessi sul rientro :( e poi anellati come polli in batteria  con il cordino flou bucherellato al polso, ancora con le infradito insabbiate siamo saliti sull’aereo del ritorno, che sconforto, che tristezza, mi vedo già bianca,e io che pensavo la mia abbronzatura durasse qualche ora e invece … sarà la pressione sotto zero, lo sgocciolamento dovuto all’umidità soffocante , ma mi sento come se mi fossi appena svegliata dopo un notte tempestosa. Che sogno strano, che shock!

Ho deciso di far finta di essere in vacanza ancora un po’ … progettando la prossima meta scarto i souvenir, smonto valige e borsette, e mi spalmo il doposole per sentire ancora il profumo del mare vicino … ecco ecco riesco a ascoltare le onde e gli schiamazzi … ah no sono i vicini barbari del terrazzo e il solito Pato chiwava bastardello dalla gola rasposa che più che abbaiare rantola per la troppa solitudine dovuta alla non curanza delle padrone barbone e cafone.

Domani si ricomincia il giro e inizia il solito count down al week end… meno 7, meno 6 …meno….

odio e amore


Come avrete capito, il mio con i trasporti pubblici milanesi è un rapporto di odio e amore, li odio perché perennemente in ritardo, affollatissimi,  sporchi e ultimamente allagati, li amo perché nel loro cullare posso godermi la mia città come al cinema, e nelle ore interminabili in coda mi posso abbandonare a un bel libro e ottimizzare il tempo,  posso origliare e conoscere i miei concittadini, entrare nelle loro vite anche  solo per un secondo e rincontrare un sacco di conoscenze. La lista delle cose che amo  è nettamente più lunga, in una città dove ogni milanese ha almeno una macchina a testa (anche se ha 2 anni) e molte volte ne ha addirittura due, i mezzi pubblici sono per i poveri, i lavoratori pendolari  e i pensionati a cui hanno revocato la patente? A giudicare dall’affollamento potrebbe essere così …o il numero delle vetture è nettamente insufficiente.
 
Con Atm arrivi sempre in ritardo anzi non è detto che arrivi, potresti essere deviato su un  itinerario a sorpresa.  La Milano che corre sempre, anche nel we,  deve avere pazienza buddista se decide di salire in vettura, abbandonare lo stress , e arrendersi al lento ritmo  del tragitto. Così faccio io.
Non ho la macchina da molti anni, la mia non è stata certo una scelta, ma non ne facevo un uso smodato neanche allora, ora mi faccio scorrazzare la sera dal mio fidanzato (suo malgrado) e di giorno mi tengo in forma e informata con i mezzi pubblici della mia città, corro dietro i tram, faccio squat e pilates in bilico sui tacchi ad ogni frenata, alleno i bicipiti appesa alle maniglie, medito e respiro ( se l’ascella del vicino lo permette) leggiucchio quotidiani, apprendo preghiere in lingue diverse, sbircio trame di romanzi rosa, e ascolto i drammi telefonici di una mamma isterica, mi rattristo al racconto del signore che lotta per il suo lavoro, rido alle boccacce del bimbo che si contorce sul sedile.

Io rinnovo l’abbonamento come si fa con il teatro o la palestra, pago anche se non sono pienamente contenta, perché come dice la nuova campagna: “atm unisce Milano” nel bene e nel male, aggiungo.
 
 
Vivere davvero la città, incontrare chi ami o semplicemente muoverti senza pensieri …
Usa i mezzi e vivi milano.


(campagna ATM 2010)

Tu di che solitudine sei?

Abbiamo ripreso le nostre buone vecchie abitudini: martedì cinema!! :)
La sala semivuota, il biglietto ridotto, le novità, la bacinella di pop corn; quanto ci piace questo rituale!
Che vedere? bè ovvio, il vincitore, il contestato, controverso, osannato e deprecato Somewhere.
Staccato il biglietto, buio in sala e già dai primissimi minuti sprofondiamo nell’abisso delle solitudini, le tante solitudini, i silenzi e le sua miriade di sfaccettature.

La solitudine inutile, quella che ti fa girare attorno per ore, sgommando con la macchina in curva, fastidiosa e insulsa, che fa sprecare i minuti e le gomme, ti consumi sulla strada immerso nel nulla, perdi la concezione del tempo e lo spazio, vai verso il niente più assoluto, niente meta, solo strada.

Poi c’è la solitudine imbarazzante quella che mette a disagio, soprattutto tu che assisti, ti nascondi  sulla poltrona, perché quel silenzio, mentre sullo schermo non succede quasi nulla, la solitudine così ben girata ti fa sentire quasi in colpa, ti ci ritrovi in quell’attesa, senza speranza, senza pensieri…una tirata di sigaretta e un sorso di alcool, così all’infinito e poi lo stacco. Non è accaduto nulla?

La solitudine quasi comica e surreale delle gemelle lapdancers  "pseudo adolescenti, uguali uguali nei vestiti e nei tatuaggi, che volteggiano e ammiccando con sterile sensualità, in attesa dell’approvazione di un padre come al saggio di fine anno, la copia troppo finta di quello che seguirà, quello della vera figlia che con i pattini incanta e non fa addormentare. Uno confronto duro che fa apprezzare ancor di più questa impercettibile trasformazione, il passaggio dal nulla al tutto: dal letargo larvale alla vita vera,  quella pratica. Una volta che si è usciti dal silenzio di una solitudine scomoda e insulsa e si è provato il silenzio pieno di significato è difficile rinfilarsi nei vecchi panni stretti.

Si può essere soli in tanti modi, questa condizione è spesso proficua e utile, perché è proprio in questi momenti apparentemente inutili, inattivi che avviene il miracolo impercettibile della crescita, della germinazione di quel tutto che sembra poco, un briciolo di "normalità" che basta a spingerci a scendere da quella macchina che continua a girare a vuoto e che non ci porta da nessuna parte.